I love Aphex Twin
Stasera ho riaperto un libro acquistato qualche anno fa e che avevo appena iniziato a leggere prima di darlo in prestito. Da un po’ mi capita di leggere di musica più di quanto in realtà ne ascolti. E di comprare libri e riviste più di quante ne possa materialmente leggere.
Del resto ho avuto sempre più interesse per le storie che girano attorno alla musica che per la musica stessa. Le melodie, il ritmo o le parole, il genere…possono passare in secondo piano se la storia sotto attira la mia attenzione.
Credo si tratti della stessa inclinazione che da gamer mi ha trasformato in programmatore: smontare un computer e rimontarlo mi interessava più di usarlo, e crackare un videogioco è sempre stato per me più divertente che giocarci.
E siccome tutto è connesso e non è lì per caso, è anche inevitabile che uno dei miei eroi preferiti sia il king dei nerd nonchè uno degli artisti più geniali di sempre.
Quello che segue è uno stralcio dal (consigliatissimo) libro di Valerio Mattioli “Ex Machina: Storia della nostra estinzione”, che racconta la stramba, mitologica e inaffidabile storia di Sir Richard D. James, in arte Aphex Twin.
Tutto, nella vicenda umana di Aphex Twin narrata da Richard D. James in persona, è insolito e inconsueto, tutto è eccezionale, strano, degno di essere raccontato - persino da prima che Richard nascesse. La sua biografia ufficiale recita che i genitori si conobbero negli anni Sessanta mentre entrambi lavoravano in un ospedale psichiatrico, dove il padre aveva il compito di rifornire i pazienti di Isd, sostanza di cui, immancabilmente, i futuri coniugi James cominciano presto a fare uso. Quando concepisce quello che diventerà Aphex Twin, la coppia ha fatto in tempo ad avere un primo figlio, nato già morto nel novembre del 1968. A quel bimbo mai realmente vissuto, a quella creatura il cui punto di inizio viene istantaneamente soffocato dalla fine, i coniugi James avevano dato il nome Richard, come testimonia la foto di una tomba in cui le diciture data di nascita e data di morte non compaiono per il semplice motivo che coincidono. Tre anni dopo, il 18 agosto 1971, arriva il secondogenito - che stavolta sopravvive al parto, avvenuto in un ospedale di Limerick, una cittadina duecento chilometri a sudovest di Dublino - e i James lo battezzano con lo stesso nome del suo sfortunato predecessore (l’unica differenza è la D che sta per David). Di fatto, per i due, il neonato Richard D. James altro non è che la materializzazione tardiva di uno spettro. Quando il piccolo Richard è sostanzialmente ancora in fasce, la famiglia lascia la provincia irlandese e si trasferisce tra le inte scogliere e le verdi brughiere di Cornovaglia, dove il padre ha trovato lavoro come minatore. È quindi in Cornovaglia che Richard cresce, tradendo presto i tipici tratti dell’enfant prodige. Ancora bambino, comincia a giochicchiare col pianoforte di casa, di cui ama pizzicare le corde interne anziché premere i tasti - un gesto tipicamente avantgarde che non sarebbe dispiaciuto a John Cage.

ZX81 (1981-1984)
Si appassiona di elettronica, e a undici anni vince un premio di cinquanta sterline per aver scritto un programma in grado di far emettere suoni allo ZX81, uno dei primissimi computer domestici, distribuito all’inizio degli anni Ottanta dall’inglese Sinclair Research. Attratto dalle misteriose proprietà del suono più che dalla musica in sé, si fa comprare dai genitori un primo sintetizzatore economico, ma quello che ne esce non gli piace e quindi ne altera i circuiti. Da allora, decide che gli strumenti musicali se li assemblerà direttamente da sé.
Ancora in età prepuberale, isolato nella remota Cornovaglia dove le ferite inferte dall’industria mineraria convivono con una natura splendida popolata di leggende e infestata dal folklore locale, passa le giornate da solo nella sua stanza, immerso in un universo privato di totale autosufficienza. Soffre d’asma, le giornate sono scandite dall’ assunzione di continue dosi di salbutamolo, il farmaco contro i broncospasmi venduto commercialmente come Ventolin.
A tenergli compagnia sono le sessioni notturne di videogiochi, e le ancora più solipsistiche immersioni nella costante alterazione, modificazione e costruzione fai da te di strumenti elettronici a cui affida il compito di riflettere musiche che sente solo nella sua testa, e che fuori da quella stanza - così gli sembra - semplicemente non esistono. Registra tutto su cassette a nastro che impila mese dopo mese, dando forma a un archivio di proporzioni ingestibili, immenso, letteralmente senza fine.
Quando, negli anni dell’adolescenza, i nastri prodotti in casa da Richard arrivano a un piccolo gruppo di amici, questi lo informano che la musica lì contenuta ricorda certi dischi di una roba chiamata techno, una strana forma di musica da ballo elettronica prodotta in America e di cui in Gran Bretagna ancora si parla poco. Richard non ne sa nulla: non ascolta musica prodotta da altri. L’unica musica di cui sente il bisogno è la sua, perché è l’unica in grado di restituire gli stati d’animo, le fantasie, gli abissi psichici di un ragazzino isolato nel nulla della Cornovaglia e costantemente indaffarato coi propri mondi immaginari.
La scoperta della techno però lo incuriosisce: l’idea che altri, in altre parti del mondo, stiano producendo musiche simili a quelle che lui sente dentro la sua testa lo convince che è ora di mettere fine a una solitudine che pareva destinata a durare in eterno. Si informa, prende nota delle prime evoluzioni della Futuritmacchina. Ogni tanto fa un salto a Londra e si compra un disco. Nel 1989 comincia a fare il dj in un posticino chiamato Bowgie Inn, a Crantock, un villaggio di nemmeno mille abitanti sulla costa cornovagliese. Dalla pista da ballo si può vedere il mare. Organizza i primi rave party nelle campagne che circondano Gwennap, quella che una volta fu la più ricca città mineraria del Vecchio Mondo. Per accedere, il pubblico deve pagare in cannabis.
Nel frattempo continua a produrre musica in proprio, senza altro fine che l’ascolto personale. È un’ossessione che, anziché divorarlo dal di dentro, pare piuttosto possederlo, come se qualche irresistibile forza proveniente da una galassia lontana avesse da lungo tempo stabilito di intrufolarsi nel corpo immaturo di un giovane bizzarro e confinato nel più sperduto angolo di Britannia. Pur di non perdere tempo prezioso e dedicare alla musica ogni nanosecondo a disposizione, Richard dorme due ore a notte. A volte rimane sveglio per quattro giorni di fila.
Quando infine cede, in suo aiuto arriva il cosiddetto sogno lucido, la tecnica che, durante il sonno, ti permette di guidare e indirizzare a tuo piacimento l’attività onirica, grazie alla consapevolezza di stare effettivamente dormendo. È una capacità che Richard padroneggia al punto da considerarla una qualità innata, qualcosa di simile a un dono degli dei. All’interno dei suoi sogni continua deliberatamente a comporre musica, a produrre sui sintetizzatori posti ai piedi del letto.

Il logo Rephlex, etichetta fondata da Aphex Twin nel 1991
I suoi archivi oramai strabordano, contengono decine e decine di ore materiale, ancora tutto inedito. Ma la voce che esiste questo genio solitario, questo ragazzino strambo, questo nerd che la techno l’ha scoperta da sé direttamente dentro la sua testa, comincia a spargersi presso i canali dell’underground inglese. Assieme a Grant Wilson-Clardige, uno dei pochi amici con cui condivide la passione per i suoni elettronici e per la Musica delle Macchine, decide di tentare l’incursione nel mondo lì fuori e fonda un’etichetta chiamata Rephlex: se di lì a qualche tempo la Warp lancerà la sospetta formula della «musica da ballo intelligente», la Rephlex si immolerà a quella che i due chiameranno «braindance» - non tanto una musica da ballo per il cervello, quanto il cervello stesso che, contattato direttamente dalla Macchina, va fuori controllo, comincia a ballare, diventa una forma di vita autonoma, estranea ai riflessi motori di un corpo perennemente condannato a restare nell’immobile postura del nerd, sguardo fisso sul monitor, mani sulla tastiera, i piedi che quasi di nascosto battono a tempo sotto la sedia.

La prima pubblicazione di James, Analogue Bubblepath, a nome AFX
La prima volta che il nome Aphex Twin fa la sua comparsa nei negozi di dischi è nel settembre del 1991. La Mighty Force, una neonata etichetta del vicino Devon, pubblica un dodici pollici chiamato Analogue Bubblebath, il primo di una serie di quattro volumi totali (più un quinto semiufficiale) pubblicati da li al 1994. Contiene una techno acida, contorta, schizoide, che in quella forma nessuno ha mai sentito prima. L’impressione che provoca è enorme. A vent’anni, Aphex Twin è già un astro in piena ascesa: viene invitato a suonare a Londra, a Rotterdam, a Roma. Nel novembre del 1992, dopo la partecipazione ad Artificial Intelligence, l’etichetta pubblica il suo primo album doppio, contenente una selezione di brani pescati dagli inesauribili archivi di James e intitolato Selected Ambient Works 85-92.
Il pubblico va in estasi, la critica quasi non ci crede: se le date riportate in copertina sono esatte, significa che le visionarie tracce contenute nell’album risalgono almeno in parte al 1985, quando l’autore del disco aveva a malapena quattordici anni e la stessa techno di Detroit ancora era agli albori. La stampa lo ribattezza «il Mozart della techno». C’entra il fatto che entrambi incarnano l’eterno mito del bambino prodigio, del genio in fasce, ma c’entra anche che la musica di Aphex Twin è talmente squisita, cervellotica e complessa da scomodare roboanti paragoni con la grande tradizione classica. Le sue tracce vengono fatte ascoltare a Karlheinz Stockhausen, che però le trova troppo ripetitive, troppo schiave di «ritmi post africani», insomma troppo techno, e consiglia al suo giovane collega di buttare un orecchio alla sua Gesang der Jünglinge del 1956. Aphex risponde che semmai è Stockhausen che deve imparare a muovere un po’ il culo, e in compenso collabora con Philip Glass, che lo definisce «un ragazzo molto interessante e sveglio».
Intanto Richard non sta fermo un attimo. Per quasi tutti gli anni Novanta pubblica una quantità di dischi esorbitante, confondendo il pubblico a furia di uscite su uscite a rotta di collo, per giunta attribuite a una disorientante quantità di pseudonimi, alter ego, progetti paralleli. La sua discografia diventa in fretta un caos inestricabile, un romanzo picaresco senza ordine logico, dove brani nuovi di zecca convivono con materiali d’archivio risalenti ad anni e anni prima. Tutta benzina per il mito del genio folle da cui non sai mai cosa aspettarti, tutti capitoli di una saga che ha già definitivamente assunto i contorni dell’apoteosi.
Del successo, apparentemente, ad Aphex Twin non importa granché. Lui se ne starebbe tranquillo a produrre musica in eterno, per il solo diletto di ascoltare in solitudine nient’altro che le sue stesse creazioni. La cosa che più lo diverte, sostiene, è passare un pomeriggio al supermercato, perché i supermercati «sono così trippy». Altro che album e contratti con le case discografiche; fosse per lui nemmeno pubblicherebbe dischi a suo nome. «L’unica ragione per cui lo faccio è per i soldi», ribadisce fino allo sfinimento in interviste che anno dopo anno si fanno sempre più idiosincratiche. E infatti di soldi ne fa tanti.

Selected Ambient Works 85-92
Pirelli lo sceglie come colonna sonora per le sue pubblicità. MTV adotta le sue tracce come sigle dei propri programmi. Le sue collaborazioni col regista Chris Cunningham finiscono alla Biennale di Venezia. Madonna gli chiede un remix. All’irraggiungibile diva del pantheon pop Richard risponde che ok, lui ci sta: ma lei in cambio deve abbaiare come un cane all’interno della traccia. Lei rifiuta. Lui non si scompone. Coi soldi che nel frattempo ha messo da parte, si compra un carro armato per scorrazzare nelle campagne inglesi.

James e il suo fido tank
Gli aneddoti su Aphex Twin si accumulano, e a uscirne è una frastornante girandola di particolari stravaganti, inverosimili, surreali, Il carro armato è solo l’inizio: quando non registra musica in casa, usa uno studio sottomarino raggiungibile unicamente in monorotaia. Trasferitosi oramai a Londra, va a vivere nell’edificio che aveva ospitato un’importante banca del centro, riconvertendolo in mega-appartamento dove ospitare feste e ingollare quantità industriali di erba, fumo, ecstasy ed Isd - i vicini lo denunciano per rumori molesti, e lui replica innaffiandoli di gavettoni. Per suonare in pubblico, chiede una quantità spropositata di soldi che, d’altronde, quasi sempre gli vengono concessi. Poi un fan gli scrive per chiedergli se gli va di mettere due dischi a casa della nonna appena morta, e Richard accetta - gratis. È tutta roba da popstar, e poco importa che la sua figura poco risponda ai tradizionali dettami della mitologia rock classica: negli anni dell’home computer e del futuro in mano ai nerd, Aphex Twin è il divo eccentrico e tutto cervello al confronto del quale le stelle che l’hanno preceduto paiono reliquie consunte. La sua statura artistica è tale che ogni suo disco, ogni sua traccia, ogni suo videoclip, diventano un evento. La stampa lo adora, Aphex Twin è il beniamino di critici e giornalisti, e lui ricambia tanta attenzione proponendo agli intervistatori di incontrarsi a bordo di un elicottero in volo su Londra, oppure - quando questi rifiutano - invitandoli nei peggiori pub di Elephant and Castle, in mezzo ai miasmi del fumo di sigaretta e alla puzza di fritto.
Si prende gioco di tutto e tutti, passa il tempo ad architettare scherzi idioti: si infiltra nella fila che ogni sabato si forma davanti al Ministry Of Sound, celeberrimo tempio della club culture inglese, travestito da teddy bear. Di notte, a casa, si collega a internet e va nei forum online dove appassionati di musica elettronica e fan di Aphex Twin (che ai tempi sono praticamente la stessa cosa) parlano di lui. Si iscrive con un nome falso, e rilascia commenti scemi che immancabilmente lo portano a essere bannato dagli amministratori.
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